La World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Salute) definisce con il termine
violenza l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere contro un’altra persona che determini
lesioni, morte, privazione o danno psicologico.
Dai dati di un rapporto pubblicato dall’OMS si evince che l’abuso fisico e sessuale è un problema
sanitario che colpisce un terzo delle donne nel mondo; la violenza comporta un’esperienza
traumatica vissuta da oltre il 35% delle donne in tutto il mondo. Lo studio ha riscontrato che la più
comune forma di abuso, che colpisce più del 30% delle donne, viene inflitta da un partner intimo.
L’impatto sulla salute fisica e mentale di donne e bambine vittime di atti di violenza è devastante: le
conseguenze variano da fratture a gravidanze problematiche, dai disturbi mentali ai rapporti sociali
compromessi, dalle lesioni gravi e permanenti alla morte.
Dall’inizio del 2016 in Italia ci sono stati oltre 30 femminicidi; nel 2015, sempre secondo i dati
Istat, in Italia 6 milioni e 788 mila donne hanno subito una violenza fisica o sessuale nel corso della
loro vita. Nella maggior parte dei casi la violenza avviene tra le mura domestiche poiché il violento
è un familiare o una persona con cui la vittima ha avuto una relazione intima.
Secondo la letteratura scientifica esiste un vero e proprio “ciclo della violenza” il quale è
caratterizzato dalla continua ripetizione della stessa che si protrae nel tempo, nonché dalla
asimmetria degli scambi. In una relazione violenta, infatti, l’identità dell’altro viene demolita fino a
soccombere al potere e al dominio del violento, a differenza del conflitto ove l’identità di ognuno
viene preservata e l’altro viene rispettato in quanto persona. Ci sono quattro fasi che si ripetono
ciclicamente:
a) Fase di tensione, in cui si verificano violenze psicologiche come il controllo,
l’isolamento, la gelosia patologica, le critiche, le umiliazioni e le minacce;
b) Fase di attacco: la violenza diventa fisica; ci sono aggressioni fisiche, violenze sessuali,
stalking;
c) Nella fase di scuse, la vittima nega la violenza, tende a minimizzare, a razionalizzare e a
giustificare il comportamento del violento;
d) Nella fase della riconciliazione, avviene una falsa riappacificazione tra la vittima e il
violento.

Esiste, inoltre, un altro tipo di violenza molto più subdola perché difficilmente percepibile da chi la
subisce, ovvero la violenza psicologica. Questa consiste nel denigrare e rifiutare il modo di essere di
un’altra persona; è un maltrattamento sottile che si trova in una zona di confine difficile da
riconoscere ma che crea ugualmente tensione, spavento ed umiliazione, alimentando una posizione
di dominio su un’altra persona.
Il lavoro terapeutico che si intraprende con le vittime di violenza consiste nel dare un nome al
problema, innanzitutto creando un ambiente sicuro dove la persona si possa sentire protetta e
sostenuta, al riparo da potenziali rischi. Successivamente si lavora per ricostruire l’identità
danneggiata e rielaborare il vissuto traumatico di chi ha subito violenza, riconciliandosi prima con
sé stessi e poi ricostruendo legami affettivi e sociali sani ed autentici.

Dott. Nicola Divietro
Psicologo

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